L’uomo che sussurrava agli orsi


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di Carlo Martinelli

Dall’orso di San Romedio ad M2, ucciso a fucilate poche settimane fa in Val di Rabbi, le vicende del Trentino si sono spesso incrociate con quelle del plantigrado, animale di rara bellezza e di sicuro fascino, ancorché perennemente in bilico tra le due possibilità. Richiamo certo per i turisti? Pericolo per la popolazione? Non di questo vogliamo qui dibattere. Qui si vuole raccontare di come, poco più di mezzo secolo fa, due orsetti furono le “star” indiscusse del Trentino. Non solo. Le immagini di Bumsli e Sepha, questi i loro nomi, fecero il giro del mondo. Oggi le possiamo riproporre, grazie a una scoperta editoriale che ha una premessa, altrettanto editoriale. Andiamo con ordine. Prendiamo le pagine di una straordinaria enciclopedia di storie, fatti e personaggi qual è il Dizionario trentino di Mauro Lando edito da Curcu & Genovese. Dal primo corposo volume spunta la voce “Orsi – ripopolamento”.

La rileggiamo.
“La progressiva diminuzione degli orsi nel territorio trentino ha fatto ipotizzare più volte un ripopolamento tramite l’immissione di esemplari provenienti da altre aree e che potessero insediarsi nell’habitat, in particolare del gruppo del Brenta. Dopo quattro tentativi mal riusciti, si è arrivati al ripopolamento tramite il Progetto Life Ursus avviato nel maggio 1999 e concluso nel 2002 con l’immissione di dieci plantigradi.
1959-60 – Bumsli e Sepha. Il primo tentativo di ripopolamento della popolazione di orsi avvenne tra il 1950 e 1960 in Val di Genova a opera del naturalista austriaco Peter Krott che si era trasferito con la famiglia a Cavria di Carisolo in Val Rendena. Nella primavera del 1959 si fece mandare dallo zoo di Praga due cuccioli di orso bruno dei Carpazi, li “battezzò” Bumsli e Sepha e li allevò allo stato di semilibertà nei pressi della sua abitazione. “Studierà gli orsi della Val di Genova tramite due plantigradi dei Carpazi” titolò l’Adige del 25 gennaio 1959 nel dare notizia dell’esperimento. Fu però nell’anno successivo che Peter Krott tentò un’ immissione dei plantigradi nel territorio della Val di Genova. “Lì, tra enormi massi di roccia e un mare di cespugli e di lamponi esistono numerose grotte: una potrà servire a Bumsli e Sepha come rifugio invernale”, così scrisse Peter Krott sul numero 7 della rivista Successo nel 1960. Le cose andarono ben diversamente, i due orsi non furono in grado di affrancarsi dalla “tutela” dell’uomo e vivere liberamente. Per questo nel luglio 1960 Bumsli e Sepha vennero trasportati nella fossa per orsi che l’amministrazione comunale di Trento aveva realizzato a Sardagna, poco distante dalla stazione della funivia e dall’Hotel Panorama”.
Basterebbe questo a scatenare la postuma curiosità. Ma la monumentale enciclopedia ha anche la voce “Orsi in cattività”. Assai corposa. Per gentile concessione dell’autore, citiamo ancora. Perché la storia assume contorni vieppiù coinvolgenti.
“Il recinto di Sardagna – scrive Mauro Lando – fu inaugurato il 10 ottobre 1959 alla presenza del conte Gian Giacomo Gallarati Scotti, priore dell’Ordine di San Romedio. È stata ricavata nella roccia, scrisse l’Alto Adige, “una grande fossa debitamente cintata e murata” nella quale erano stati collocati tre orsi che il circo di Ferdinando Togni aveva donato al Comune. A lungo furono una vera attrazione anche perché un anno dopo gli orsi diventarono addirittura cinque. Era successo che tra il 1959 e 1960 il naturalista austriaco Peter Krott tra Carisolo in Val Rendena e la Valle di Genova aveva allevato in semilibertà due orsi dei Carpazi nel tentativo di lasciarli poi liberi. L’esperimento non riuscì e così Bumsli e la sua compagna Sepha vennero prelevati e portati nella fossa di Sardagna. Successe però che “a meno di 24 ore dall’ingresso nella nuova residenza” (Alto Adige, 29 luglio 1960), Bumsli si era arrampicato sulle pareti della fossa e al mattino si era incamminato verso Sardagna. Proprio sulla strada lo trovò il custode che stava portando ai plantigradi un secchio pieno di latte. L’orso gradì il latte, ma proseguì il suo cammino incurante degli incitamenti del custode a tornare in gabbia. Vennero chiamati i vigili e dopo non poche ore l’orso fu ricondotto presso il recinto e finalmente “l’accalappiacani comunale Lino Nicolussi e il vigile urbano Gino Peterlongo sono riusciti a spingere Bumsli nel punto in cui il salto nella fossa è più facile”. A quel punto con “una spinta ben data” tutto fu risolto. Anzi, no. Il giorno dopo, la notizia è sull’Alto Adige del 31 luglio 1960 a fuggire fu Sepha, la quale da Sardagna scese fino alla Vela senza che nessuno riuscisse a trattenerla. In gran fretta venne fatto arrivare da Carisolo Peter Krott il quale “si è messo in mezzo alla strada e ha lanciato un paio di ululati convenzionali che la orsacchiotta conosceva molto bene. Infatti è uscita alla chetichella da un anfratto e si è avvicinata a Krott”. A quel punto “si è lasciata sospingere in gabbia” e riportata a Sardagna.orso2

A Sardagna la convivenza tra Bumsli e Sepha con gli altri tre orsi era però difficile per cui l’amministrazione comunale pensò di costruire un’altra gabbia nel parco di Gocciadoro. Il trasferimento dei due plantigradi avvenne nel luglio 1962 e l’Alto Adige (18 luglio 1962) commentò che adesso i due “hanno una gabbia tutta per loro, un parco tutto per loro con un pubblico di bambini tutto per loro”. C’è da credere che Bumsli e Sepha non si trovassero male a Gocciadoro e lo dimostra il fatto che (l’Adige, 13, gennaio 1966) nacquero due orsetti”.
Fin qui il racconto minuzioso e circostanziato. Giornalistico. Il curioso vorrebbe saperne di più. Ed ecco la sorpresa. Da quel mare ribollente di storie e possibilità che è Internet spunta – previa ovvia e nemmeno tanto difficile ricerca: basta un clic su Google – quel che non ti aspetti. Non ci furono soltanto decine di articoli di giornale e servizi televisivi sui due orsi introdotti dallo svizzero Krott dalle parti di Carisolo. Di più. Peter Krott ha scritto un libro su quella vicenda a suo modo unica. Di più ancora. Lo ha corredato con 34 fotografie, molte a colori, che costituiscono tutt’oggi un documento di prim’ordine. Raccontano di come, tra la primavera del 1959 e l’estate del 1960, tra i boschi della Val Rendena, al cospetto del Brenta, nel cuore delle Dolomiti, due orsetti condivisero casa, letto e cucina con Peter Krott, sua moglie (mai chiamata per nome nel libro, ndr) e i due figli della coppia, Martin e Max, che avevano allora rispettivamente cinque e quattro anni.
Il curioso è riuscito a procurarsi tanto l’edizione tedesca del libro di Peter Krott (Ich war eine Barenmutter, edizioni Hallwag Verlag, Berna e Stoccarda) che quella inglese dal titolo Bears in the family, edito nel 1963 da Oliver Boyd, Edinburgo e Londra.
In quei due titoli tradotti al volo in italiano (non risulta al curioso che esista una versione italiana di quelle 144 pagine divise in 18 appassionanti capitoli) ci sta proprio quella vicenda. “Io ero la mamma degli orsi” e “gli orsi erano in famiglia”. Questo racconta Peter Krott. Racconta il suo sogno – mutuato da altre esperienze di naturalisti e amici degli animali, in giro per il mondo, dalla Scandinavia agli Stati Uniti – di restituire alla libertà dei boschi e della natura dei plantigradi nati in cattività. Nel Brenta questo esperimento fallì. E nello svolgersi del racconto di Peter Krott c’è la parabola – con inevitabile traccia finale di amarezza e delusione – per quel che non gli riuscì. Andò a prenderli allo zoo Tesin di Praga, i cuccioli. Per mesi furono la gioia della sua famiglia ma subirono anche la curiosità (e poi l’ostracismo, in parte) della popolazione locale. Furono in particolare i danni (e lo spavento) arrecato dai due orsi a un gruppo di operai intenti a lavorare nei boschi della valle a scatenare una sorta di rivolta e a costringere Knott a consegnare gli orsi alle autorità e quindi al recinto di Sardagna. E si stagliano nette le sue parole, al momento della “cattura”. Lui avrebbe preferito ucciderli piuttosto che vederli costretti in pochi metri quadrati.
Ma quella vicenda conserva momenti unici, toccanti. Le immagini di Bumsli e Sepha che giocano, quasi, con la capra di Candido, un contadino del luogo. Le parole di Knott: “Non avrei cambiato quel posto con nessun altro al mondo. Far colazione con due orsi nell’alto delle montagne era la mia idea di paradiso”. E più avanti, amaramente: “Avere a che fare con gli orsi è un gioco da ragazzi rispetto al doversi confrontare con la stupidità umana”.

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E così, tra Bumsli e Sepha che dimostravano di gradire in particolare la polenta e il salame, le pagine sul letargo invernale, il difficile (impossibile?) adattamento dei plantigradi nel consorzio degli umani (la zona di Carisolo in quei mesi fu attrazione turistica di prim’ordine), i giochi con i figli del naturalista, la casa di Cavria diventata a tutti gli effetti la malga degli orsi, il latte dispensato con il biberon, la dolorosa separazione e persino, più tardi, l’intervento per farli tornare nella gabbia dalla quale erano fuggiti, il racconto di Knott diventa una preveggente anticipazione di temi che il Trentino e gli orsi stessi avrebbero ritrovato, cinquant’anni dopo.
Il curioso chiude il libro e saluta Bumsli e Sepha. E rilegge il finale del racconto appassionato del naturalista svizzero. A proposito: chissà se tornò poi in Trentino, chissà che fine ha fatto. Il curioso pensa sia meglio non indagare, quella storia è già grande per com’è stata.

“Cominciammo la discesa verso la valle. Quando vi giungemmo, cominciò a piovere e lentamente il mio paese degli orsi scomparve nella nebbia che saliva”.

Il Carrarmato e il Pirata, la vita davanti e quella per sempre alle spalle

benetti canarinodi Carlo Martinelli

Il 14 febbraio del 2004 muore Marco Pantani. Pochi giorni dopo – per la precisione, il 20 – nel contesto di una serie di interviste a personaggi dello sport chiamati a dare il loro perché, se esiste un perché, sulla tragica parabola del Pirata, capita di sentire, all’altro capo del telefono, Romeo Benetti.
Occhio: se si va su google e si digita il suo nome, il motore di ricerca ti suggerisce anche “Benetti macellaio”. E, certo, in rete trovi anche l’intervista a Franco Liguori, il mediano del Bologna cui Benetti spezza la gamba il 10 gennaio del 1971, di fatto spezzandogli anche la carriera.
Ma, qui, piace riproporre una conversazione tanto pacata quanto intrisa di una sottile malinconia, non disgiunta da una saggezza che è forse figlia di quella indiscutibile rudezza.
Perché per noi, malati di calcio, Benetti sarà sempre la diga insormontabile contro la quale gli inglesi cozzarono invano, nel 1973, a Wembley, quando Fabio Capello uccellò i figli di Albione (non perfidi come un tempo, ma quasi). E quei baffoni e quel sorriso un po’ duro, un po’ da film western (massì, lo avremmo visto bene a fianco di Bud Spencer e Terence Hill) sono rimasti nell’iconografia del calcio italico. E quella foto, qualcuno l’ha scordata quella foto? Il rude Romeo Benetti – classe 1945, esordio a 17 anni nel Bolzano, in serie D: in quel campionato 63-64 giocò 32 volte e segnò 10 reti, trampolino verso una carriera memorabile – se ne sta a rimirare la gabbietta con i canarini.
Romeo Benetti. Centinaia e centinaia di partite in serie A, 55 volte in azzurro. In morte di Marco Pantani, un signore che conosce l’animo degli uomini – dei deboli e dei forti – dice una verità sacrosanta. Vittorino Andreoli: “Pantani era un eroe della bicicletta. Una volta sceso da quel destriero, si è perso, si è smarrito, non ha accettato di essere qualcosa di diverso”.
Ma ci sono stati, e ci sono, campioni che smettono di essere tali, che vedono le luci dei riflettori spegnersi sopra di loro e che, tranquillamente, iniziano un nuovo cammino. Romeo Benetti è uno di questi. Il vocione è quello di sempre, è quello di allora, inconfondibile. Dalla Liguria racconta: “Per fortuna è la stragrande maggioranza degli atleti, in qualsiasi sport, che accetta l’inesorabile legge del tempo. Perché noi, su questa terra, siamo di passaggio, mica siamo eterni”.
Allora, signor Benetti, nessun problema nel giorno in cui ha appeso le scarpe al chiodo? “Macché. Lo sappiamo: per un processo naturale le qualità che ti hanno fatto campione, vengono meno. Certo, ci vuole una preparazione mentale per accettare tutto questo. Però a me è successa una cosa semplicissima: da quando ho smesso di giocare a calcio ho avuto tali e tante attività, che i problemi e le preoccupazioni sono semmai aumentati”.
Allora per il biondo Romeo, par di capire, i riflettori spenti non sono stati un trauma. “No. Certo che no. Mi fa piacere che la gente mi ricordi per quello ho fatto sui campi di gioco. Ma so che il calcio da copertina appartiene a chi ha l’età. E questo vale per tutti gli sport”.
E’ troppo tranquilla, la conversazione con Benetti. Ti dispiace quasi di averlo disturbato. Poi, però, ti regala una immagine folgorante. “Lo sa? Io, a casa, non ho neppure una mia foto appesa. Intendo una foto che mi veda in azione, da calciatore. Mi disturba l’idea di averne. Neppure quando giocavo amavo tenere ritagli di giornale o le immagini delle partite”.
Questa è bella. A uno che ha vinto due scudetti e si è fatto due mondiali, concedereste una parete intera di trionfi e ricordi. Ed invece… “Non mi è mai piaciuto pensare all’ieri. Mi interessa il domani, sempre. Quanto alla vita, quella vera comincia quando si spengono i riflettori”.
Adesso Romeo Benetti istruisce i futuri allenatori. Parla di uomini che devono usare l’intelligenza, che sanno di doversi mettere sul mercato – magari dopo una brillante carriera – avendo la capacità di prevedere l’attività futura in forma diversa rispetto al passato. Inevitabile, il discorso ritorna là dove era iniziato. Marco Pantani. C’è una incrinatura triste nella voce di Benetti. “Le cronache impietose di questi giorni ci parlano di un Pantani che nessuno conosceva. Circondato da ceffi loschi. Sono sorpreso. Il mio ricordo è quello di un campione che pedalava in bicicletta e che era amato dal suo pubblico. Quando ho saputo, ho provato un gran dispiacere”.
Ricordate le gambe del Romeo? Le sue sgroppate lungo il campo? Quel suo pudico parlare? Eppure, Carrarmato, lo chiamavano. Palla lunga e pedalare. Già: ma quando il discorso scivola sul Pirata, grinta e forza lasciano spazio a una compassione tutta speciale. E capisci che se solo potesse, il rude Romeo parlerebbe a Pantani così come parlava ai canarini di quella foto ingiallita dal tempo. Gli direbbe la sua verità di campione che non vuole foto per ricordare, perché la vita è avanti.
Ma di fronte al mistero e al dolore, anche il rude Romeo si inchina. C’è chi sa passare dalle 350 partite in serie A agli allenamenti sui campetti federali, felice di quel che ha. Lieto se qualcuno gli ricorda le partite di un tempo. Ma del Pirata che conquistò pedalando l’Italia e la Francia e che oggi riposa nel triste cimitero degli eroi dello sport, anche il rude Romeo non può che dire la verità di tutti. “Non so. Non capisco. Ho solo una grande tristezza, nel pensare a questa vicenda”. Già. Per Romeo Benetti di Albaredo d’Adige, la vita è avanti. Per Marco Pantani di Cesenatico è dietro, e per sempre.