ok-300x225di Alessandro Milani

Chissà se l’ammiraglio Horace Nelson, prima o dopo una battaglia non importa, guardando la linea dell’orizzonte pensava a casa.
Probabilmente sì, magari alla famiglia, agli amici, a una donna. Ma quando, pur essendo inglese, voleva festeggiare un trionfo, doveva ricorrere al Marsala prodotto in Sicilia.
Più facile invece che un ammiraglio nato qualche migliaio di chilometri più a sud del trionfatore di Trafalgar, soprattutto quando era particolarmente lontano dalle sue amate coste joniche, pensasse al vino di casa. Si dice che
più ci si allontana dal proprio paese e più emergono i ricordi positivi. Normale quindi per un nativo di Taranto ricordare quel Primitivo bevuto nella vigna dei nonni.
Meno facile immaginare che un alto ufficiale della Marina Militare decidesse di rientrare in Puglia e diventare un produttore vitivinicolo. È invece proprio quello che è successo a Oreste Tombolini, passato da ammiraglio a “creatore” del Brandisio.
Creatore, non semplice produttore, e vedremo il perché.
Forse per carattere, forse per la sua formazione militare, peraltro accentuata dal ricoprire un ruolo di prestigio e responsabilità, Oreste non si è avvicinato al mondo vitivinicolo con leggerezza o superficialità.

Si è messo a studiare, non solo la storia dei vini della provincia di Taranto, ma anche quei trattati di agricoltura che potevano giovargli in questa nuova avventura.
È così che Oreste ha compiuto una scoperta straordinaria, e, non contento, l’ha messa in pratica creando un prodotto davvero unico.
Il sistema che viene utilizzato nelle vigne di Monteparano consiste infatti nell’applicazione di una sintesi degli studi di due scienziati giapponesi, Teruo Higa e Masanobu Fukuoka. Essi, pur partendo da punti differenti e applicando metodologie diverse, arrivano a quella che può sembrare la scoperta dell’acqua calda, cioè l’affermazione del primato della coltivazione naturale delle piante.
Facile a dirsi, meno a farsi, perché nella loro accezione del termine naturale non c’è posto per la chimica e nemmeno per minerali come zolfo e rame, usatissimi in campo vitivinicolo. Quindi come fare?
Si-vendemmia1-300x225Visto che la bontà del vino deriva soprattutto dalla salute della vigna e quest’ultima è dovuta alla salute delle piante, il primo punto da affrontare deve essere la cura e la tutela dell’equilibrio biochimico del suolo.
Teruo Higa afferma che fornendo al terreno alcuni microorganismi effettivi, essi saranno efficaci nel permettere alle piante di crescere autonomamente sane, e addirittura di più: saranno in grado di rendersi quasi autoimmuni
alle malattie, in sostanza di curarsi da sole. Uno straordinario effetto collaterale consiste poi nel fatto che il terreno, grazie a questi microorganismi, combatte ed elimina eventuali tracce di diossina (ahimè largamente presenti
nei terreni di questa zona del Tarantino).
Il trattamento proposto dagli scienziati nipponici, che Oreste sta applicando da un paio di anni alla coltura della vite, permette di non usare anticrittogamici e concimi chimici. In questo modo si va addirittura oltre quel concetto – positivo, sia ben chiaro – di biologico che tanto si vuole sottolineare oggigiorno, ma la cui prassi talvolta prevede sostanze di sintesi qui completamente assenti.

Un aspetto assolutamente evidente del trattamento di Oreste alla sua vigna è dato dalle erbacce. Tutte quelle piante che crescono liberamente attorno alle viti, solitamente sfalciate (quando non eliminate con metodi decisamente più dannosi), qui vengono ignorate. Le viti che Oreste cura sull’unica collina presente in tutto il territorio del Primitivo convivono infatti in armonia con tutte le piante che la natura ha deciso di far germogliare tra i filari.

Le viti coltivate senza additivi conferiranno un’uva sana, dalla quale se ne può ora ricavare vino. Pensare che finisca qui l’originalità di quella che fin dall’inizio abbiamo definito la “creatura” di Oreste sarebbe però sbagliato: la raccolta è totalmente manuale e anche durante il processo di trasformazione da uva in vino viene evitato ogni prodotto chimico (a esclusione di una piccolissima aggiunta di bisolfito di potassio, che funge da antisettico). Dopo la raccolta anche l’intervento umano si limita al solo controllo della temperatura durante le due settimane di fermentazione, prima dell’affinamento in barriques di rovere francese.

E ancora non è finita: durante i 10 mesi nei quali il vino riposa in barrique, nella barricaia di Oreste risuonano le note di Mozart, Chopin e dei canti gregoriani, che creano un rapporto sinestetico tra il vino e la musica. Sembra infatti che il legame tra il frutto della vite e la musica classica si mantenga forte, e che, dopo un assaggio di Brandisio accompagnato dall’ascolto di una sinfonia, si crei un rimando tra l’uno e l’altra anche quando vengono sperimentati separatamente. Un’esagerazione? Non resta che mettersi alla prova.

Oreste ha infatti voluto che sulla contro-etichetta di ogni bottiglia venga precisato da quale opera musicale il vino è stato accompagnato nel suo riposo in barrique. A quel punto ognuno sarà in grado di giudicare la verità
dell’affermazione, nella quale noi crediamo ciecamente.
Non dovrebbero ora esserci dubbi sul perché abbiamo sempre parlato di “creazione” e di “creatura”.

HPIM1290-225x300Vediamo adesso come godere di questa prelibatezza rara, che prende il nome dal nonno materno di Oreste, Brandisio, il quale è un simbolo del ritorno all’antico, a quella terra alla quale l’ammiraglio aveva a lungo preferito il mare. La meraviglia che potrebbe nascere da questa storia è infatti nulla rispetto a quella che si prova, individualmente, se si ha la fortuna di assaggiare questo Primitivo. Una volta stappata la bottiglia, meglio almeno un paio d’ore prima di servire in tavola, e aver scaraffato il vino con l’ausilio di un colino per trattenere i depositi, è tempo di bere.

I depositi sono dovuti al fatto che il Brandisio non è stato filtrato, per non fargli perdere alcune importanti caratteristiche organolettiche, e consigliamo di non buttarli, ma utilizzarli magari per cucinare un risotto al Primitivo. Servito in adeguati balloon a calice ampio a una temperatura di 18/20 gradi, il Brandisio, a contatto con l’aria, inizierà a sprigionare i suoi aromi con il passare dei minuti e sarà pronto a sposare piatti saporiti, carni alla brace e formaggi di capra o pecora non molto stagionati.
Un vino straordinario al gusto e buono, anche per la salute: è stato dimostrato che le tecniche colturali di Oreste consentono un incremento del contenuto di polifenoli tale da stupire anche gli esperti del Centro enologico
di ricerca di Asti. Sono infatti i polifenoli, associati all’alcool, a produrre nell’organismo umano una maggiore concentrazione di Omega 3. Il tutto ottenuto semplicemente rispettando la natura e curando il terreno, senza violentarlo con la chimica o con colture intensive. Con tecniche antiche, come l’aratro di nonno Brandisio che Oreste ha fortemente voluto sull’etichetta.

Oltre il biologico, naturale.
Meno male che l’ammiraglio è tornato a terra per crearlo…

Per informazioni: www.brandisioilprimitivo.it